Lo scorso week end sono stata in montagna. Il tempo non era dei migliori, ma a me non interessava. Mi sono rilassata e divertita. Mi sono congratulata per pance che crescono, famiglie che traslocano e case che vengono ristrutturate nel piccolo paesino di appena 700 anime dove sono nata. Poi sono stata nell'altra mia montagna del cuore, il luogo di origine di mia mamma, il posto dove ho trascorso tutte le estati della mia infanzia. L'altro pezzo di me.




E niente, mi accorgo sempre più che io sono un topo di campagna (o di montagna) piuttosto che di città. 
Mi sento veramente a casa mia lì.

Poi c'è stato un momento lo scorso week end io cui ho percepito di essere veramente parte di quei luoghi che mi hanno vista nascere.

I miei piccoli giocavano con la figlia di mia cugina del cortile tra le nostre due case, le case di famiglia, costruite dai nostri nonni, fratelli. Noi, le mamme, che un tempo facevamo gli stessi giochi dei nostri figli in quello stesso cortile, eravamo affacciate ai poggioli - facendo finta di essere indaffarate in faccende domestiche, ma in realtà osservando i bambini. E in un angolo del cortile i due nonni, i nostri padri, incaricati di badare ai piccoli, in realtà chiacchieravano tra loro nello stesso luogo che li ha visti nascere, crescere, sposarsi, mettere sù famiglia e diventare prima padri e poi nonni. E mentre osservavo tutto questo, mi sentivo al tempo stesso parte del momento e osservatore esterno di un attimo di vita, di quella vita che scorre con forza e ti fà percepire i legami con la famiglia e i luoghi d'origine. Sentimentale? Forse sì, ma io sono anche questo.
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